venerdì 16 febbraio 2007

i Soggetti su Stilos.

Questa recensione del romanzo è apparsa su "Stilos", il quindicinale che parla di libri.

Una piccola casa editrice (VerbaVolant) pubblica il primo romanzo di Stefano Amato, classe 1977, già attivo con traduzioni (e racconti) per conto della rivista on line FaM (sue le versioni italiane delle micro-narrazioni tratte dall’americana “McSweeney”). Soggetti del verbo perdere è un’opera che fin dal titolo non lascia dubbi sul contenuto, una storia agrodolce di formazione o, meglio, di una formazione al contrario: il percorso verso una placida, inevitabile sconfitta, una sorta di pareggio per zero a zero con il proprio destino. Quel mezzo fallimento marchiato a caldo nel DNA di chi, come lo stralunato protagonista Alfonzo Graz, si affaccia alla vita munito di una cultura media, di esperienze “normali”, di altrettanto normali curiosità e aspettative, un ragazzo senza pregi e difetti, né povero né ricco. Un carico di mediocrità che lo rende simpatico anzi che no, ma lo costringe anche a venire a patti con l’idea che una vita migliore è (per taluni, se non per la maggioranza) impossibile.
Il romanzo si sviluppa attraverso un viaggio fortunoso e insieme sfortunato di andata e ritorno dagli USA. Una vacanza che non porterà il nostro Alfonzo Graz, armato di scarpe All Star semi-sfondate e spillette punk dei Ramones, incontro alle mille luci di New York o a paure e deliri a Las Vegas né a vagabondaggi on the road e illuminazioni da peyote, quanto a un mesto ritorno a casa in Italia, con le pive nel sacco. E con la fastidiosa sensazione che se per alcuni certe porte si possono aprire, per altri, e per quanti sforzi essi facciano, nessuna porta si aprirà mai, e la regola è fare buon viso e accontentarsi di quel poco (o niente) che già si ha. L’autore sembra suggerire che se il sogno americano è diventare ricchi, quello italiano è nascere con genitori ricchi. E se non tutti apprezzeranno questo pessimismo (non privo di auto-ironia) che dice “chi si accontenta alle volte gode”, rimarremo comunque colpiti dallo stile, malinconico ma privo di piagnistei generazionali, e orientato verso un linguaggio asciutto e persuasivo (se si eccettuano alcune, rare, asperità). Angelo Orlando

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