giovedì 18 febbraio 2010

Volevo andare a Cornish, ma sono finito a Brooklyn (un ricordo un po' lungo e abbastanza tardivo di J. D. Salinger)

Nel 1999, quando presi la decisione di andare a vivere per qualche tempo a New York, avevo ventidue anni. Ho scritto di quell'esperienza nel mio primo libro, Soggetti del verbo perdere, ma solo in parte. Molte delle cose che sono finite nel romanzo, infatti, erano invenzione pura. E altrettante che invece mi erano realmente accadute alla fine non hanno trovato spazio nel romanzo: perché non c'entravano con la storia, oppure perché volevo tenere bassa la componente autobiografica, oppure semplicemente perché non mi andava di parlarne.
Per esempio, un giorno che da Barnes & Noble avevo scroccato l'intera biografia di Salinger mi venne voglia di andare a trovarlo a Cornish. In Italia avevo letto tutto quello che aveva pubblicato in volume, ero un suo fan, e pensai che se non andavo a trovarlo mentre ero negli Stati Uniti non avrei avuto un'altra occasione. Sapevo, dalla sua biografia e dal libro di Hamilton, che Salinger odiava chiunque tentasse di infrangere il suo isolamento. E non solo giornalisti, ficcanaso, editori e gente del genere; anche--e forse soprattutto--i fan. Ma questo non bastò a fermarmi. Vidi su una cartina quanto più a Nord si trovava il New Hampshire rispetto allo stato di New York (molto più a nord; quasi Canada), mi informai su quali mezzi di trasporto sarebbe stato meglio prendere (in treno fino a un posto chiamato Manchester e da lì in poi in autobus), e chiesi al mio datore di lavoro se potevo prendermi tre giorni di vacanza (si poteva fare). Confessai le mie intenzioni agli amici che mi ero fatto nel Queens, dove abitavo. Qualcuno non sapeva nemmeno chi fosse Salinger. Una ragazza mi disse che con ogni probabilità era già morto da anni e non se ne sapeva nulla.
Nella biblioteca pubblica di Forest Hills lessi l'articolo che era uscito diversi anni prima su "Time", il numero con il ritratto di Salinger in copertina. Quel pezzo sembrava scritto apposta per scoraggiare quelli come me. A parte il fatto che trovare la casa di Salinger non era un gioco da ragazzi, c'era scritto su "Time". Ma anche se ci si fosse riusciti, c'era pur sempre un alto steccato a proteggere la casa dai curiosi. E chiunque cercava di avvicinare lo scrittore in giro per Cornish veniva gentilmente, ma resolutamente, mandato a quel paese.
Ma tutto questo ovviamente non riguardava me. Io ero diverso da quei fasulli. Mentre leggevo la rivista immaginai che per me le cose sarebbero andate in maniera diversa. Mi vidi scendere alla stazione degli autobus di Cornish e infilarmi in un bar per bere un caffè. Avrei chiesto alla cameriera dove fosse la casa di Salinger, e lei me lo avrebbe spiegato come lo aveva già spiegato a centinaia di sfigati. Poi avrei preso la mia borsa e mi sarei incamminato. La casa sarebbe stata più lontana del previsto, ma io avrei trovato un passaggio al volo. Me lo avrebbe dato un camionista taciturno e fissato col country che mi avrebbe scaricato proprio davanti al cancelletto d'ingresso di una casa come le altre. Lì vicino ci sarebbe stata una vecchia cassetta della posta. Avrei letto il nome spennellato sopra a casaccio: Salinger. Dopo un po' sarebbe uscita una signora sui cinquant'anni in grembiule da cucina a chiedermi che cosa volevo. Io gli avrei detto chi ero, da dove venivo e perché mi ero spinto fino a lì, pronto a sentirmi dire di tornare a casa. E invece la signora mi avrebbe squadrato da cima a fondo, e avrebbe aperto il cancello. Saremmo saliti insieme per il viottolo che conduceva al portico. Sulla destra avrei notato il famoso cubicolo di cemento che Salinger si era costruito da solo per scrivere in pace. Aguzzando l'udito, avrei sentito il rumore di una macchina da scrivere venire da lì. La signora mi avrebbe detto di aspettare nel portico. Io mi sarei seduto su una sedia a dondolo e l'avrei vista camminare fino al cubicolo. Avrebbe bussato. In quel momento il suono della macchina da scrivere avrebbe cessato. La signora avrebbe aperto la porta, si sarebbe affacciata dentro e avrebbe detto: "Jerry, ne è arrivato un altro." Si sarebbe morsa l'unghia di un pollice e poi si sarebbe spostata per fare passare un vecchio di un metro e novanta che mi avrebbe squadrato da lontano e...
Chiusi il vecchio numero di "Time" e lo restituii al bancone della biblioteca. Presi lo stesso i tre giorni di vacanza ma restai a New York, e quando i miei amici mi videro in giro per il Queens Boulevard mi chiesero perché non fossi andato al Nord. Io accampai una scusa qualsiasi. Vedendomi giù di corda, una ragazza mi chiese se mi piaceva Paul Auster. Le dissi che avevo visto Smoke, ma che non avevo letto mai niente di suo. Lei s'illuminò. Disse che sapeva in quale incrocio di Brooklyn si trovava la tabaccheria di Auggie, il protagonista del film. Ci arrivammo in un quarto d'ora di metropolitana. Era un incrocio come tutti gli altri. In quel momento pensai che prima di partire dagli Stati Uniti, cascasse il mondo ma sarei andato a Cornish. Passarono i mesi. Non ci andai mai.

3 commenti:

  1. magari Harvey Keitel poteva firmarti un autografo. Non era Salinger, ma il segreto della vita felice è sapersi accontentare. No ?

    RispondiElimina
  2. Io mi sarei anche accontentato, ma purtroppo non ho visto né lui né Auster. Peccato.

    R4

    RispondiElimina