venerdì 28 maggio 2010

Il vicino

Ieri sera mentre rientravo a casa, sul pianerottolo ho incontrato il mio vicino, un cinquantenne separato, perennemente sudato, che ama incorniciare i puzzle da mille pezzi (l'ho notato una volta che mi aveva invitato nel suo appartamento). Abbiamo parlato del più e del meno, poi mi ha detto che secondo lui dovrei cambiare porta. Gli ho chiesto perché. Lui ha detto "perché è indecente". In effetti a differenza della sua e di quell'altra sullo stesso pianerottolo, la mia è piena di buchi e scalfiture, resti delle decine di serrature smontate negli anni o dei tentativi di scassinarla, non so bene. "E se volessi invitare un amico?" mi ha detto. "Non potrei, capisci?" "Per colpa della mia porta?" "Sì. Che cosa penserebbe?" Ero stanco, e non mi andava di dirgli che cosa ne pensavo io di tutta quella storia. Una nuova porta, dice lui. E dove li prendo i soldi? Io volevo solo andarmene a letto a leggere Pickwick. Allora ho pensato che Dickens poteva tornarmi utile. "Senta, signore" ho detto ('signore' è 100% Dickens). "Ha visto con che macchina vado in giro? Ha visto la mia bicicletta? Li ha visti i buchi nelle mie scarpe? Secondo lei, signore, questa porta è il primo dei miei pensieri?" Lui però non si è lasciato commuovere. "Io lo dico anche nel tuo interesse, eh." "Che cosa vuol dire?" "Che ti si vede dentro casa," ha detto indicando uno dei buchi più grandi. Mi sono chinato e ci ho guardato dentro. Era vero. Illuminata dalle luci della stazione che filtravano dalle finestre, riuscivo a vedere la cucina di casa mia. Allora ho salutato il vicino e sono entrato. Ho preso un pezzo di nastro isolante e l'ho usato per coprire il buco. Poi però l'ho tolto. Ho pensato che mi faceva comodo uno spioncino.

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