giovedì 3 giugno 2010

Come farsi lasciare in dieci giorni

Oggi non sono in libreria, ne approfitto per andare al mare. Quella che segue è una scena eliminata dalle Sirene di Rotterdam in fase di editing. Non so di preciso in che pagina andrebbe inserita perché non ho la mia copia del libro qui con me. Comunque faceva parte del capitolo ambientato sull'aereo.

Il film faceva vomitare sul serio. E la cosa peggiore era che la gente sembrava non accorgersene. Anzi, rideva nei punti in cui ci si aspettava che ridesse, e si commuoveva quando doveva commuoversi. Faceva così anche Sara. Mamma no; lei seguiva il film con un’espressione del viso seria e incredula allo stesso tempo, come se stesse seguendo un convegno sui vari modi in cui il genere umano è capace di rendersi ridicolo.

Era la storia di una giovane giornalista di New York che lavora per una rivista femminile. Solo che in realtà lei vorrebbe tanto scrivere di argomenti più nobili: la guerra, la politica eccetera. Come se per leggere degli articoli che parlano di guerra la gente compri le riviste femminili. Il suo capo le dice che può scordarselo, e che quindi è condannata a scrivere quella robaccia sull’amore eccetera. A meno che, le dice il capo, non scriva un reportage su come farsi lasciare in dieci giorni da un ragazzo. Dopodiché potrà scrivere di tutto quello che le pare. Quindi lei si mette alla ricerca di qualcuno che la pianti in dieci giorni, in modo da poterci scrivere un articolo. L’altro protagonista è un ragazzo sempre di New York che lavora per un’agenzia pubblicitaria. Guadagna un sacco di soldi, ma vuole farne ancora di più, e quindi chiede al suo capo di affidargli un’importante campagna per una società di diamanti, fingendo di ignorare che in pratica tutti i diamanti del mondo sono sporchi di sangue (questo però nel film non c’è). Il capo gli dice di no, a meno che non riesca a dimostrare, facendo innamorare di sé una ragazza in dieci giorni, che possiede la sensibilità adatta a un compito del genere. Capito l’antifona? Quella sera i due si incontrano per caso, e si scelgono a vicenda per i rispettivi obiettivi.

A quel punto mi sono tolto le cuffie, perché ho pensato che se in Olanda trovavamo papà, lui probabilmente per prima cosa ci avrebbe chiesto come era andato il viaggio. Fra una cosa e l’altra sarebbe spuntato fuori che avevamo visto quella nullità di film, e non avevo idea di come l’avrebbe presa.
Ma il nonno stava dormendo, e non mi andava di leggere il dizionario Yiddish. Quindi non avevo altra scelta che guardare quella cosa.

Il film continuava, tra le risate generali, con quei due che escono insieme per qualche giorno. Il lato comico, suppongo, è che entrambi hanno due obiettivi uguali e contrari, lui farla innamorare, lei farsi lasciare. Per esempio, lui vorrebbe vedere una finale di campionato di basket sul suo televisore al plasma da un milione di pollici, ma lei gli chiede di uscire (perché spera che così lui la lasci) e lui è costretto ad accontentarla (perché spera che così lei si innamori). La cosa va avanti così per un po’, ma siccome non poteva durare dieci anni, è chiaro che la ragazza a quel punto comincia a provare dei sentimenti per il tizio in carriera. E quando lui la porta a conoscere i suoi genitori a Staten Island, lei capisce che in realtà quel ragazzo è dolce e degno della massima attenzione, e non lo stronzo che pensava quando lo ha scelto per il suo articolo. E come fa a capirlo? Perché il padre è un militare in pensione, e suo fratello un poliziotto con tanto di moglie devota e muta accanto, e tutti quanti si divertono un mondo a giocare a uno stupidissimo gioco con le carte. Giuro che non credevo ai miei occhi. E quel che è peggio, dovunque mi voltassi c’era gente che guardava quell'idiozia con un’espressione deliziata del viso. Perché, mi sono chiesto, a bordo non potevano proiettare film davvero belli come Nosferatu o Aurora?

Comunque finiva che tutti e due i protagonisti ottenevano quello che volevano dalla vita, facevano carriera e ovviamente si innamoravano. L’unico momento divertente, per me, è stato quando il ragazzo se ne viene fuori con un’idea (secondo lui geniale) per pubblicizzare i diamanti, e che gli permetterebbe di comprarsi un televisore ancora più grande. Lo slogan che inventa è “ricopritevi di glassa”, e appena l’ha detto sono scoppiato a ridere, anche se quella forse era una delle poche sequenze non-comiche del film. E infatti un sacco di passeggeri si sono voltati a rimproverarmi con lo sguardo. Io avevo riso soltanto perché “glassa” è anche il modo con cui uno dei personaggi di Le strade di Kiev chiama il proprio liquido seminale. Anzi, una volta dice proprio così a Nadja, la protagonista: “lasciati ricoprire di glassa.” Ma gli altri non potevano saperlo. Per questo non hanno riso.

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