venerdì 8 febbraio 2013

1978

«Forte» dice Lucky sistemandosi meglio sul materasso, «fanno una replica dei Bonannos
Sullo schermo leggo: “Frank Franchi e Cheech Ingrassia in”, con sullo sfondo lo skyline di Palermo.
«Senti» dico, «non dovevamo scrivere un pezzo oggi pomeriggio?»
«Aspetta, Jeff, non l’ho mai visto questo episodio. È quello con Sammy Davis, Jr. come special guest. Fai pure tutto tu, non mi dà fastidio. Usa la batteria e tutto quanto. Solo fai piano, ok?» E si riempie la bocca con un pugno di puff al formaggio.
Medito se fare o no come ha detto. Potrei sedermi sulla cassa passiva di Lucky e buttare giù qualche accordo per conto mio. Ma realizzo che questo posso farlo anche a casa, per giunta senza il sottofondo di risate preregistrate che accompagnano i Bonannos ogni dieci secondi. Così mi sfilo la chitarra di dosso e mi siedo sulla moquette a guardare un pezzo del telefilm.
Lo show ha per protagonista una famiglia di Palermo, i Bonanno appunto, che attraversa le stesse difficoltà, almeno secondo gli autori, della famiglia media siciliana. E allora c’è il padre (interpretato da Frank Franchi) che parla un inglese ridicolo e stenta a farsi capire dai figli, i quali invece parlano un americano impeccabile. Il figlio Dwight va al college, la sorellina minore alle scuole superiori, e ogni giorno se ne escono con un motivo in più per fare sgranare gli occhi a Franchi in quel suo modo comico. Frank Bonanno non capisce le regole del baseball, per esempio, o perché la figlia voglia andare al ballo di fine anno, per giunta col figlio dell’altra famiglia protagonista, i Miceli, il cui capo è Cheech Ingrassia. A differenza di Frank Bonanno, Cheech Miceli è più progressista. Credo sia addirittura democratico, e infatti fra i due è quello che passa per sfigato, non ha un lavoro fisso e viene continuamente umiliato. Il suo unico figlio se la intende con la figlia di Frank, che non vede di buon occhio la relazione e via dicendo. I Bonannos sono arrivati alla decima stagione. Credo che i due ragazzi ormai siano fidanzati col beneplacito dei genitori. Dwight è un avvocato in carriera (nonché scapolo impenitente) che non si vede mai senza giacca e cravatta, tranne il sabato pomeriggio, quando sfoggia un berretto degli Yankees e organizza barbecue nel suo giardino insieme a quei due che al college gli facevano da spalla. All’inizio non era male, lo vedevo anch’io, ma ormai la serie sta segnando il passo, come dicono i critici del “Times”. Ogni tanto gli autori provano a ravvivare la salsa introducendo un nuovo personaggio (l’anno scorso ci hanno infilato un mangiaketchup, che però dopo dieci puntate è stato cacciato via dietro richiesta dei telespettatori: era di colore) ma tutti sanno che a breve la serie verrà cancellata. Si dice anche che Frank e Cheech, nonostante nelle ospitate in TV si comportino da grandi amici, in realtà non ne possano più uno dell’altro, ma vai a sapere se è vero.
Perdo interesse dopo poche scene – è l’episodio in cui Dwight vuole lasciare il college per andare in Vietnam volontario. Frank fa di tutto per dissuaderlo, perfino pregare l’odiata figlia di Cheech perché gli faccia cambiare idea. E quando tutto sembra ormai perduto, Dwight viene riformato perché un medico compiacente (Sammy Davis, Jr.) gli diagnostica i piedi piatti (risate di sottofondo) e quindi la faccenda si risolve per il meglio – e mi dico che i Dead Giulianos sono fottuti. Da Salvo’s suoneremo le nostre cover e poi basta, finita lì. Niente audizione né trentennale, a meno che non succeda un miracolo.
[Da Il 49esimo Stato, un romanzo che dovrebbe uscire nei prossimi mesi.]

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